Loudness War nelle radio tra tecnica e percezione sonora

Nel mondo della radiofonia, la competizione sul volume – nota come Loudness War – è un tema centrale, che divide operatori e appassionati. Quanto può influire il loudness sulla qualità percepita del suono? Quali sono i limiti tecnici e le normative che regolano questo aspetto in Italia e all’estero?

Per approfondire questi argomenti abbiamo intervistato Fiore Confuorto, responsabile della divisione broadcast di Funky Junk, che ci ha guidato alla scoperta del ruolo dei processori e delle sfide tecniche legate al mantenimento di un suono potente senza comprometterne la qualità. Un viaggio affascinante tra cultura radiofonica e innovazione tecnologica, che ci aiuta a comprendere meglio perché, nonostante l’evoluzione digitale, la loudness war sia ancora così rilevante.

Cosa si intende per “loudness war” in ambito radiofonico e quando è iniziata?

F: “Il concetto di loudness war si riferisce alla gara delle radio a chi suona più forte, puntando l’attenzione sul volume che percepiscono gli ascoltatori. Bisogna innanzitutto chiarire il motivo per cui si tende a pompare sempre di più il volume e qual è l’effetto. Un ascoltatore che fa zapping tra le emittenti può essere colpito da quella che suona ad un volume più alto, poiché avverte un suono più pieno e avvolgente, e scatta il cosiddetto ‘effetto wow’, di cui abbiamo parlato la scorsa volta.

Questo processo è iniziato negli anni Ottanta, quando si sono diffusi sul mercato i primi processori che miglioravano l’esperienza d’ascolto. In quel periodo le radio hanno scoperto che nella modulazione il suono si può spingere attraverso la compressione. Quando non esistevano le attuali tecnologie, le radio cercavano di aumentare la deviazione. Ma cos’è la deviazione? In termini semplici, è il modo in cui viene ‘deviata’ la portata di un segnale FM, ovvero la frequenza principale della trasmissione. Ad esempio 95,9 FM rappresenta un segnale che viene emesso in onde elettromagnetiche. La deviazione è un sistema che fa oscillare questa frequenza principale. L’oscillazione permette di trasportare il suono, ma implica anche un’occupazione di banda. Per esempio, una radio che trasmette a 95,9 MHz utilizza una porzione di spettro che si estende di circa 150 kHz.

In passato, aumentando la deviazione, si poteva ottenere un volume più alto, ma si occupava anche più banda, creando interferenze con le frequenze vicine. Questo causava disturbi tra emittenti radiofoniche, e per questo motivo la pratica è oggi vietata. Tuttavia, ci sono ancora radio che cercano di barare, aumentando la deviazione per sembrare più forti rispetto alle stazioni vicine, ma si tratta di un comportamento illegale. Oggi, grazie alle tecnologie moderne, possiamo ottenere livelli di volume molto performanti senza dover aumentare la deviazione. Questi sistemi avanzati consentono infatti di suonare più forte mantenendo una qualità audio elevata e rispettando le regole di occupazione dello spettro”.

Quali sono le tecniche per bilanciare il loudness mantenendo una buona qualità del suono?

F: “Aumentare il loudness significa comprimere il suono. Come abbiamo già accennato nella scorsa intervista, le case discografiche tendono a comprimere di più la musica per ottenere un effetto sonoro simile a quello radiofonico, replicabile anche sui dischi e sulle piattaforme di streaming. Questo si ottiene riducendo la dinamica della musica, cioè restringendo la gamma dinamica. In altre parole, tutti i suoni si trovano all’interno di un intervallo molto ridotto. Tuttavia, comprimere troppo ha un effetto collaterale: la qualità del suono diminuisce. Per anni, l’unico modo per ottenere più loudness era spingere la musica al limite, fino a sfiorare la distorsione. Questo approccio ha portato allo sviluppo di tecnologie come i clipper FM, che si comportano come una sorta di barriera o ‘muro’.

Parlando in termini tecnici, i clipper funzionano diversamente dai limiter. Un limiter controlla i segnali audio per evitare sforamenti, lasciando però un minimo margine, mentre un clipper taglia direttamente tutto ciò che supera un determinato livello, impedendo di oltrepassare il limite di 75 kHz di deviazione. Questo taglio netto, però, genera distorsione, perché il segnale viene ‘schiacciato’.

Negli ultimi anni, la sfida tecnologica è stata quella di sviluppare clipper psicoacustici, come quelli presenti nei processori avanzati come Omnia 9 o alcune macchine Axel Technology di Tiger. Questi clipper utilizzano algoritmi di elaborazione del segnale che mascherano le frequenze distorte. In pratica, il sistema analizza il segnale e decide quali frequenze lasciar passare in primo piano e quali in secondo, basandosi sui principi della psicoacustica. Non tutte le frequenze si percepiscono allo stesso modo: alcune vengono ignorate dal nostro cervello. I clipper psicoacustici sfruttano questa caratteristica, permettendo di ottenere un suono più forte e pulito. Anche se alcune frequenze distorte vengono riprodotte, il cervello umano semplicemente non le riconosce.

Un concetto simile si applica alla compressione MP3. Un file MP3 riduce le dimensioni del file originale a circa un decimo eliminando le frequenze che l’orecchio umano non è in grado di percepire. Ciò che ascoltiamo in un MP3, infatti, è una selezione delle frequenze udibili, mentre quelle ‘inutili’ vengono scartate. Allo stesso modo, nei clipper psicoacustici, le frequenze non percepibili possono essere distorte o rimosse senza intaccare l’esperienza d’ascolto. Queste tecnologie sono il risultato di anni di studi sull’acustica e la psicofisica, e consentono di ottenere un audio più forte senza compromettere significativamente la qualità percepita”.

In che modo la loudness war ha influenzato l’industria musicale e la produzione dei brani radiofonici?

F: “La masterizzazione ha avuto un impatto significativo sull’industria discografica. Fino a qualche decennio fa, la masterizzazione non esisteva: si registrava un disco e si faceva solo un controllo generale del suono. Con il tempo, però, si è sviluppata la pratica della masterizzazione, che consente di spingere il volume di un brano per farlo suonare più forte. Questo cambiamento è stato influenzato da diversi fattori, ma soprattutto dal tipico ‘suono pompato’ delle radio.

Chi produce dischi ha cercato di emulare quel suono radiofonico, perché ascoltando un brano in radio sembrava più pieno e coinvolgente rispetto alla versione su CD, che appariva più scarica. Ad esempio, se oggi ascolti un CD degli anni ’80 o ’90, noterai che il suono sembra più ‘povero’ rispetto a ciò che senti in radio. In realtà, la differenza non è nei contenuti sonori, ma nel trattamento del suono: la radio lo ‘pompa’ di più. Per questo, molti dischi degli anni ’80, quando rimasterizzati, assumono quel caratteristico effetto potenziato.

Dal punto di vista tecnico, questo cambiamento è evidente anche nei grafici audio. Negli anni ’80, la musica aveva una maggiore dinamica, con una differenza più netta tra i suoni forti e quelli più deboli. Dagli anni ’90 in poi, si è iniziato a comprimere sempre di più il suono, fino agli anni 2000, dove il risultato visivo è quello della famosa mattonella: una forma d’onda completamente piena, senza variazioni di dinamica.

Questa tendenza ha portato a schiacciare il suono sempre di più per ottenere brani che suonassero potenti e omogenei non solo in radio, ma anche in TV e su altre piattaforme. L’obiettivo era evitare che il pubblico percepisse differenze tra i vari mezzi di ascolto. Tuttavia, questa esasperazione ha raggiunto livelli critici, tanto che si è arrivati a introdurre soluzioni come l’undo per ripristinare un po’ della dinamica originale. La differenza principale è che le tecnologie di una radio moderna riescono a gestire meglio la compressione senza creare distorsioni, mentre nella masterizzazione musicale questo non sempre è possibile.

L’eccessiva compressione può comunque portare a distorsioni, che in certi contesti vengono accettate o addirittura ricercate per scelte artistiche. Ad esempio, nell’hip hop o nel rap, sia americano che italiano, alcune distorsioni sono volutamente inserite per ottenere un effetto sonoro particolare. Tuttavia, questi casi sono limitati e rappresentano più un’eccezione che una regola”.

C’è un reale apprezzamento del pubblico per il suono più forte o l’esperienza di ascolto risente in maniera negativa della loudness war?

F: “Ci sono due approcci opposti da considerare. Da un lato, un suono più compresso piace di più, grazie all’ ‘effetto wow’. Negli ultimi anni, con il miglioramento della qualità dei ricevitori, soprattutto nelle automobili, si è cercato di enfatizzare la qualità del suono, facendo emergere più dettagli. Come consulenti, suggeriamo spesso alle radio di adottare una taratura che renda il suono più naturale e meno carico, avvicinandolo a quello originale del disco. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, alla fine ci viene richiesto di riportare il suono della radio a essere più forte.

Questo accade perché sia gli editori delle radio, sia gli ascoltatori stessi, preferiscono un suono più carico. Questo fenomeno è anche influenzato dal nostro contesto sociale: oggi, con i social media e la tendenza a ridurre i tempi di attenzione, ci stiamo abituando a suoni sempre più compressi. Persino i telefoni moderni applicano miglioramenti automatici al suono per renderlo più accattivante.

Un aneddoto interessante legato a questa abitudine è emerso da alcuni studi psicologici: pur sapendo che un file MP3 ha una qualità inferiore rispetto a un file WAV, ad un gruppo di adolescenti è stato chiesto quale suono preferissero tra un MP3 e un WAV. La maggior parte ha indicato l’MP3 come più gradevole, perché ormai abituati a quel tipo di suono, con le sue specifiche imperfezioni. Questo dimostra come le nostre orecchie si siano adattate a una determinata qualità sonora, e oggi la preferenza va verso un suono più carico e compresso.

Dal punto di vista tecnico, la situazione è simile: anche una piccola radio, magari specializzata in trasmettere musica degli anni ’60 o ’70 (caratterizzata da registrazioni meno elaborate e con più dinamica), quando acquista un processore audio nuovo, spesso richiede di “suonare forte come le altre radio”. Nonostante il tipo di musica trasmessa non sia adatto a livelli di compressione così elevati, l’obiettivo rimane quello di non sembrare da meno.

In pratica, quando un cliente investe in un processore nuovo, vuole vedere (o meglio, sentire) un risultato che renda la sua radio comparabile alle concorrenti, anche se ciò va a scapito della qualità sonora. Tuttavia, grazie ai processori di ultima generazione, come gli Omnia, oggi è possibile trovare un compromesso che accontenti entrambe le esigenze: suonare più forte mantenendo però un’elevata qualità del suono. Questo permette alle radio di avere un impatto maggiore senza rinunciare alla fedeltà audio, offrendo così un prodotto che soddisfa sia gli ascoltatori che gli editori”.

Ci sono normative o linee guida che regolano il volume nelle trasmissioni radiofoniche?

F: “In Italia, in FM,  l’unico parametro di legge da rispettare è la deviazione, ovvero lo spazio occupato nello spettro di frequenza. Come abbiamo già detto, non esiste una regolamentazione specifica per il volume. Esiste però una normativa, la ITU-R 17/70, che stabilisce livelli di loudness per la TV e le piattaforme digitali. Per le radio, in alcuni Paesi si applica la normativa EBU R128: questa si rispetta in Germania, Austria, Svizzera e pochi altri Paesi, mentre in nazioni come Italia, Francia, Olanda e Belgio non è in vigore alcun limite specifico.

Quando ti trovi al confine tra due Paesi con regolamentazioni diverse – ad esempio Italia e Svizzera o Olanda e Germania – noterai subito la differenza. Passando da una radio tedesca a una italiana, il suono aumenta di volume in modo evidente; al contrario, passando da una radio italiana a una svizzera, il volume si abbassa drasticamente. C’è l’idea di uniformare questa normativa a livello europeo, ma per ora non esiste un’applicazione uniforme”.

C’è un’effettiva consapevolezza riguardo agli effetti negativi della loudness war? Se sì, le radio cambieranno approccio?

F: “Non credo che l’approccio cambierà, perché ormai è radicato nella nostra cultura e abitudine. Tuttavia, c’è anche un fattore tecnico legato all’FM. Ricordi che l’FM presenta comunque delle interferenze? Un volume così carico e pieno ci consente di percepirle meno. Questo vale specificamente per l’FM, dove si tratta di una necessità per migliorare la qualità percepita del suono. Probabilmente, con l’aumento del digitale puro, questo fenomeno non sarà più necessario.

C’è chi sostiene che nel DAB si potrebbe trasmettere anche senza processore, ma sarebbe un disastro. Come abbiamo detto in precedenza, il processore serve a uniformare i suoni della radio e dei suoi contenuti. Senza, il risultato sarebbe una confusione di volumi e qualità. Nel DAB o nello streaming web, non è necessario spingere così tanto il volume perché non ci sono interferenze o rumori di fondo. Tuttavia, se fai uno band scan delle radio DAB, noterai che alcune suonano ancora molto forti. Questo perché si è mantenuta l’abitudine a quel tipo di suono o per mantenere l’identità sonora.

In ogni caso, credo che nel broadcasting si continuerà a mantenere una linea simile a quella attuale. Non penso ci saranno grandi cambiamenti futuri, anche se i nuovi processori introdurranno tecnologie e tecniche sempre più avanzate”.

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