Perché essere sempre critici e pessimisti sui social fa male alla comunicazione (e alla tua immagine)

Nel mondo della comunicazione ogni dettaglio parla. Anche quando non ce ne accorgiamo.
I post personali sui social rientrano in questi dettagli. Sono diventati una parte stabile del modo in cui ci presentiamo. Una sorta di estensione pubblica del nostro carattere. Per questo il modo in cui scriviamo, commentiamo e reagiamo pesa più di quanto pensiamo.E quando un professionista, o qualcuno che lavora a contatto con clienti, aziende o progetti comunicativi, usa i social come sfogo costante, il rischio è alto. Parlo di post pieni di critica continua. Pieni di pessimismo. Pieni di lamentele.
Post che, pur essendo “personali”, finiscono nelle mani di chi ci segue anche per motivi professionali.

In questo articolo provo a spiegare perché questo atteggiamento è un errore. Perché influisce sulla percezione del tuo lavoro. Perché può danneggiare un’azienda. E perché, in alcuni casi, entra in gioco anche la questione dell’età.

L’obiettivo non è dire di non essere mai critici. La critica è sana. Il confronto è utile. Il problema è quando diventa un’abitudine visibile, ripetuta e ossessiva. Attenzione non sostengo che bisogna fingere sempre e comunque che tutto vada bene o ostentare “finta felicità”.

I social come biglietto da visita

Anche quando pensiamo di usare i social “solo per noi”, non è davvero così. Oggi i social funzionano come una carta d’identità pubblica. Un luogo dove chiunque, clienti, colleghi, partner, potenziali datori di lavoro può farsi un’idea di chi siamo. E questa idea è più veloce e superficiale di quello che vorremmo. Quante volte lo facciamo per capire con chi parleremo domani chi selezioniamo per un futuro colloqui? Basta scrollare il feed di una persona per qualche secondo. Leggi tre post di fila carichi di sfogo, frustrazione, negatività. La sensazione è immediata: “Questa persona è sempre arrabbiata, sempre contro, sempre tesa”.

Non importa se nella realtà non sei così. Non importa se stai solo vivendo un periodo complicato.
Online resta l’impressione. E quando comunichi per lavoro o lavori nella comunicazione, quell’impressione pesa il doppio.

Pessimismo o ipercriticiso costante = percezione di conflitto

Chi pubblica spesso contenuti critici o negativi dà un messaggio chiaro: “Io vivo in contrasto con tutto”. Può anche non essere vero, ma l’effetto percepito è quello. Nel settore della comunicazione questo crea problemi. Il nostro lavoro si basa sulla capacità di:

  • capire i contesti
  • cogliere i toni giusti
  • lavorare con persone diverse
  • adattarsi
  • trovare soluzioni

Se nella sfera pubblica sembri sempre in guerra, diventa difficile credere che nel lavoro sei invece equilibrato. L’immagine pubblica influenza la fiducia. E la fiducia è la base di ogni relazione professionale.

Che effetto ha sul personal brand

Molti parlano di personal brand come fosse una cosa da influencer. Non è assolutamente così. In realtà è semplice: personal brand è la sensazione che lasci agli altri. La coerenza tra ciò che fai e ciò che mostri. Un personal brand basato su costante negatività produce tre effetti:

1. Ti rende prevedibile

Se ogni post è un lamento o una critica dura, chi ti segue sa già come andrà a finire. Questo riduce la tua autorevolezza. Riduce anche l’interesse nei tuoi contenuti. Le persone si disaffezionano.

2. Ti fa percepire come poco collaborativo

La collaborazione è tutto. Chi appare sempre scontento manda un segnale di chiusura. E nessuno vuole collaborare con qualcuno che sembra sempre sul piede di guerra.

3. Abbassa la tua credibilità professionale

Negli ambienti di lavoro moderni non conta solo cosa sai fare. Conta come ti muovi.
Come comunichi. Come rappresenti te stesso. Un tono pubblico costantemente negativo trasmette instabilità, anche se non è reale.

Che effetto ha sull’azienda per cui lavori

Qui il discorso si fa molto serio. Perché la tua immagine pubblica, se lavori in comunicazione, non riguarda solo te. Se sei un membro di una radio è preoccupante. Ogni post, ogni commento, ogni uscita colorita incide anche sull’azienda:

1. Trasmette un’immagine poco professionale

Se ti lamenti ogni giorno, l’azienda rischia di essere associata a te. Come se ci fosse un problema interno. Anche se non è così.

2. Rende difficile far passare messaggi positivi

Come può un’azienda che vuole comunicare fiducia, accoglienza, innovazione o stabilità…
…avere nel proprio team qualcuno che pubblicamente comunica il contrario? L’effetto stona.
E quando qualcosa stona, il pubblico lo nota subito.

3. Può creare problemi con clienti o partner

Chi collabora con un’azienda guarda sempre le persone che ci lavorano e soprattutto quanto più in alto sono nella scala gerarchica di un’azienda/radio più sono valutate. Non vuoi che un cliente pensi:
“Se questo professionista parla così online, come sarà gestire un progetto insieme?”

4. Riduce la coerenza del brand

Le aziende investono tempo e soldi per costruire un tono di voce. Un’immagine unitaria. Un clima riconoscibile. Se un dipendente, un collaboratore o un dirigente comunica costantemente in modo opposto, rompe la coerenza. E la coerenza è uno dei pilastri del branding.

È un tema legato all’età?

In parte sì, ma non come si pensa. Non è che “i giovani sono impulsivi” o “i grandi sono pessimisti”.
Sono stereotipi inutili. Il punto è un altro:

Più si cresce professionalmente, più ogni gesto pubblico pesa.

Quando hai 20 anni e stai costruendo le basi, qualche post impulsivo passa inosservato. Quando ne hai 35, 40, 60 o più, il mondo del lavoro si aspetta stabilità. Si aspetta lucidità. Si aspetta un certo grado di responsabilità comunicativa. Non perché “sei più vecchio”. Ma perché sei più visibile. Hai più contatti. Hai un ruolo solido. Hai una reputazione in corso. In più, dopo una certa età, i social non sono più solo il posto dove racconti la tua vita. Sono una parte della tua presenza professionale. Volente o nolente.

Perché la negatività costante non funziona nemmeno a livello umano

C’è un altro punto da non sottovalutare: il pubblico digitale non regge la negatività continua. Ti segue volentieri se sei autentico. Ma l’autenticità non è sinonimo di sfogo permanente. Lo sfogo ha senso quando è equilibrato, parte di un percorso o inserito in un discorso costruttivo. La negatività ripetuta, invece:

  • stanca
  • spegne la curiosità
  • allontana
  • crea un clima pesante

Il mondo online vive di ritmo e percezioni veloci. Se il tuo ritmo è sempre cupo, la gente passa oltre.

Il punto non è essere “positivi”. Il punto è essere adulti nella comunicazione

Il tema non è “non bisogna mai lamentarsi”. Il tema è la maturità comunicativa. Quella capacità di capire che tutto ciò che pubblichi resta. Viene letto fuori contesto, interpretato e influenza il tuo percorso. Chi lavora nella comunicazione dovrebbe saperlo meglio degli altri dovrebbe usare i social con più attenzione, non meno. Essere critici va bene. Essere realisti va bene. Essere diretti va bene ma trasformare i social in un diario di sfoghi pubblici, ogni settimana, non è mai una buona idea. Né per il tuo personal brand. Né per l’azienda. Né per chi ti segue.

Il confine sottile

Viviamo in un periodo in cui il confine tra vita privata e vita professionale è sottilissimo. La linea tra on line e vita vera è sempre meno percettibile. Questo non vuol dire che dobbiamo essere finti. Vuol dire che dobbiamo essere consapevoli. Ogni post racconta qualcosa e quando la narrazione è sempre negativa, ci fa sembrare persone in difficoltà, anche quando non lo siamo. Ci fa percepire come complicati da gestire e rischia di far passare un messaggio sbagliato anche sull’azienda per cui lavoriamo. La comunicazione non è solo ciò che costruiamo in ufficio. È tutto anche i post della sera i commenti pubblicati di fretta. Anche quello che pensiamo sia innocuo perché “lo capiscono solo i miei amici”. Non è così. Quando si lavora in comunicazione, i social sono parte del lavoro. E usarli con equilibrio non è una regola rigida. È solo buon senso.

Articolo a cura di Alfredo Porcaro
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