L’intervista ad Ilaria Cappelluti di R 101
La parola è una fune legata alla fine lunghezza del tempo. È la frase che la mia mente genera terminata l’intervista a Ilaria Cappelluti. La parola – la parola di Ilaria – è agile, energica, cattura come la radio. È una parola pulita la parola di Ilaria, moderna, una parola che sa che il mondo ha cambiato la combinazione delle cose seppure non sia sempre d’accordo. Che tipo di radio è R101? Chiedo. E lei dice dinamica, solare, come una radio deve essere. Che sia locale o nazionale una radio non importa. Importante è sentirsene innamorati.
Dei conduttori radiofonici sei tra quelli passati inaspettatamente da una radio locale o regionale al network. Come ti senti?
A mio parere non così inaspettatamente, escluse eccezioni rare, è la trafila fatta da tutti. Ci innamoriamo del mestiere nelle piccole radio arrivando sempre più in alto.
Così dovrebbe essere.
Il normale iter di qualunque professionista.
Allora quanto sono importanti le radio locali?
La radio è radio a tutti gli effetti che si parli a un piccolo o grande numero di ascoltatori. Nelle radio locali hai la
possibilità di parlare meglio perché riescono ad assolvere il compito di base, ossia stare vicino agli ascoltatori. Delta1 (la radio che determina il passaggio al network – ndr) è una interregionale, la mia partenza è stata fortunata per questo. Comunque la radio locale è importante per tutto. Si ha ancora il diritto di sbagliare e sbagliare è fondamentale per imparare. La piccola radio ti mette nelle condizioni di inventare il mestiere, è qui che lo respiri. Sono profondamente fan delle radio locali, le cerco quando sono in nuove città, in Italia e all’estero.
Però non sempre le radio locali si comportano da radio locali.
Purtroppo scimmiottano i network.
Senti ma che tipo di radio è R101?
È una radio in profonda trasformazione. Da quando sono entrata, quattro anni fa, sono cambiate tante cose. Per fortuna la squadra è sostanzialmente rimasta la stessa da che sono entrata. Questa è una parte vitale del discorso perché abbiamo vissuto parecchie rivoluzioni insieme. R101 è una radio che suona bene, ha una bella coerenza radiofonica. È solare per quanto riguarda la scelta musicale e fluida nella tecnica. In forma comunicativa, vedendola in divenire, è una radio sempre in movimento. Ci sono tante novità introdotte regolarmente. Insomma è una radio dinamica.
Quando parli di coerenza fai a un confronto con gli altri network?
Prendo l’elemento radiofonico nella sua complessità. Considera che sono finita in radio per caso, sono un’ascoltatrice di musica. Essendo innamorata della musica la sensazione più forte che ho, al netto di quello che viene trattato, è capire se la radio suona bene o male, se non mi tortura con effettistica eccessiva, incongruenze sonore che mettono in agitazione. Quindi non è un paragone solo tra network.
Chi sono gli ascoltatori di Ilaria?
Non me ne sono mai fatta un’idea dettagliata. Dare un identikit dell’ascoltatore sarebbe come descrivere l’uomo ideale. Chi fa questo mestiere ha grande generosità, una serie di energie da spendere. Gli ascoltatori sono sempre sorprendenti. Ad esempio, io sono patita di musica classica e negli anni finisci col fare riferimento ai tuoi amori in onda. Quando passai da Delta1 a R101 un ascoltatore mi chiese come fosse possibile che non fossi in Rai a trattare musica classica. Questa persona ricordava una cosa che avevo detto chissà quando. Per mia fortuna quando sono in onda dico sempre la verità (ride – ndr), gli ascoltatori tirano fuori dettagli che mai pensi possano ricordare. La mia speranza è avere persone normali in ascolto. A volte, forse, manca un po’ di autoironia. Complici i social network, viviamo in un periodo di forte intolleranza.
Gli ascoltatori sono l’anima della radio, no?
Sì, senza dubbio. La sensazione è che a volte si faccia radio per piacere ai radiofonici. La radio è un miracolo che entra nella vita di tutti. Puoi fare un bagno, l’amore, cucinare, mentre ascolti la radio. In alcuni ambienti c’è una tendenza diversa e i social hanno segnato un grande cambiamento. I conduttori sono privilegiati, parlano a una massa di persone. Le mie quattro ore di diretta mi fanno stare bene una giornata intera.
Oltre a spontaneità, la radio moderna è anche visione ed estetica.
L’elemento di spontaneità rimane anche nella radio in tv. Siamo in un momento storico in cui lamentarsi è omologante, non ci sono grandi differenze tra radio e radio. Abbiamo uno strumento esterno che può essere il social, unatentazione. Sui social posso parlare con l’ascoltatore, posso far vedere qualcosa in più di me. Cosa che in tempi passati non era possibile. Tutto il mondo è cambiato. L’equilibrio tra chi offre spettacolo e chi guarda è quasi annullato.
È così il mondo dell’estetica, infatti.
La rete ha tolto primati alla radio, potenzialmente un ragazzino con Spotify o YouTube conosce più novità di me. Ma l’elemento umano fa la differenza, è la parte insostituibile che ti fa fare una risata o una riflessione e ti sorprende.
La radio riesce a stare al passo dei tempi moderni?
La radio è agile nel pensiero. Uno dei motivi per cui mi innamorai della radio fu che quando ero una giovane conduttrice mi chiesero di sperimentare quello che mi andava di fare. Mi buttai con un programma prodotto in tre giorni su cinema e colonne sonore. La cosa fantastica è che venivo dal teatro, in teatro dopo la scelta del testo ci sono mesi di prove. In radio, invece, pur mantenendo l’emozione, potevi realizzare l’idea in meno tempo. L’elemento qui ed ora vince in entrambe le realtà. È anche il motivo per cui è difficile avere un fermo immagine della radio, sarebbe contro natura. La radio non si ferma.
A proposito di teatro, sui tuoi profili social leggo di una vocazione al riguardo.
Capitò che mi fecero fare un giro nel retropalco durante la messa in scena de La vedova allegra. C’erano donne bellissime, costumi, polvere, corde… mi emoziono ma esco dicendo che avrei fatto l’attrice, non la cantante o ballerina. A 18 anni ho detto il primo no ad una probabile carriera da avvocato ed è cambiata la mia vita. Ho fatto un provino, passandolo; e ho trovato lavoro. Devo al teatro il mio presente in radio perché proprio in una situazione teatrale conobbi un collega di Delta1. Lui mi invita a fare un provino, faccio una cinquantina di minuti di chiacchiera libera e prendo il posto. Da qui nasce la storia. Però non ho mai smesso di fare teatro. Tra l’altro una delle ultime cose fatte sul palcoscenico è stato un radiodramma. Quando sento dire teatrale in modo dispregiativo rimango perplessa. Arrivare in radio con una teatralità già consolidata, a volte, è stato quasi una condanna. Ma perché no! In radio sono così tanti gli stili per raccontare una storia.
Anche sul palco, come in radio, l’attore bravo è quello spontaneo.
Non per forza, a mio parere l’elemento fondamentale (che non può essere insegnato né in scena né al microfono) è l’energia.
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