Clubhouse strizza l’occhio al mondo delle radio, ma ci sono ancora divergenze su quale possa essere la reale utilità di questa nuova applicazione. Social e radio possono davvero compiere un ulteriore passo in avanti?
Clubhouse cambia il mondo e il modo della trasmissione. Il Broadcasting si arricchisce di una nuova applicazione che è stata paragonata alle radio. Allora si è cominciato davvero a pensare che attinenza potessero avere questi due mondi. A ben vedere sono opposti che si attraggono: la radio è multiforme, può andare in streaming ma possiede anche i metodi di trasmissione più tradizionali. Clubhouse, invece, è impostata su un unico metodo e software di trasmissione. Momentaneamente, infatti, l’applicazione è disponibile solamente per dispositivi iOS. Funziona, più o meno, come un qualunque ritrovato in grado di garantire flusso e condivisione. Alcuni aspetti, però, sono peculiari.
In primis ci troviamo al cospetto non di canali entro cui trasmettere, ma stanze: tecnicamente insiemi e sottoinsiemi di persone che vanno a comporre il pubblico di riferimento. Ciascuna stanza comprende un argomento e un determinato numero di follower che possono interagire fra loro liberamente: si parla in maniera piuttosto esplicita, senza una vera e propria impostazione, con la possibilità di passarsi la parola attraverso uno “scettro” ideale che rappresenta il turno in cui un utente può parlare se coinvolto. Questo gioco delle parti piace per due fattori: il primo ha a che vedere con l’immediatezza nello stabilire un contatto. Si entra solo su invito e questo attribuisce una sorta di “esclusività” che attira sempre il pubblico. Inoltre, la libertà di potersi esprimere come se si fosse in una ideale tavola rotonda composta da “coinquilini” che vagano da una stanza all’altra permette di sviscerare molti argomenti che altrove – con paradigmi più rigidi – sarebbero tabù.
Il ruolo di Clubhouse rispetto ai servizi alle radio
Clubhouse, in un momento come questo, rappresenta “l’isola felice” scevra da qualunque vincolo e da qualsiasi restrizione di tipo argomentativo: la possibilità di creare tanti piccoli-grandi palinsesti senza troppe difficoltà o vincoli di sorta ha portato anche numerosi speaker a farne uso. La piattaforma ideata da Paul Davison e Rohan Seth conta già milioni di iscritti anche nel nostro Paese. Lo dimostra il fatto che già si è acceso il dibattito, ma probabilmente è troppo semplicistico relegare la diatriba a una lista di pro e contro: la radio e Clubhouse non dovrebbero essere in conflitto, come molti addetti ai lavori hanno sottolineato: la radio conserva la sua purezza e, se vogliamo, quell’unicità che la rende intramontabile. Clubhouse non è altro che una variante rispetto alla routine più classica di comunicazione: ampliare i canali, sovvertire le situazioni, cambiare l’ordine dei fattori per avere il medesimo risultato: interazione ed empatia.
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Quindi piuttosto che cercare di interrogarsi sulle criticità del nuovo che avanza – intimoriti dalle possibili conseguenze del cambiamento – accogliamolo come si fa con un messaggio in diretta: cerchiamo di edulcorare ogni situazione affinché la fluidità dei media non precluda, a noi stessi e agli altri, l’opportunità di ragionare fuori dagli schemi. Senza troppi paletti. Evidentemente la voglia di “evasione” degli utenti che si approcciano all’ascolto e all’interazione in maniera sempre diversa rappresenta un bisogno di leggerezza e spontaneità spesso sottovalutato: la vera avanguardia sta nella semplicità. Less is more, ancora una volta, trionfa: poco ma buono. Il nuovo format a cui tendere è l’empatia: episodi, aneddoti, curiosità che si incastonano in un perenne flusso di coscienza con l’impressione che possa arricchirsi e trasformarsi nell’arco di pochi minuti. Clubhouse è l’aspetto più recente della cultura del divenire, in cui niente è impossibile e nulla è scontato.
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Articolo a cura di Andrea Desideri



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