La radio resta al centro dell’audio. Ma deve imparare a crescere nel digitale.

Il nuovo report RAJAR “Audio Time 2025” fotografa dieci anni di trasformazioni nell’ascolto audio del Regno Unito.
Un mercato maturo, dove il DAB+ è la norma, i podcast fanno parte della quotidianità e lo streaming musicale è ormai consolidato. Eppure, anche in questo scenario evoluto, la radio live mantiene il 65% del tempo totale di ascolto audio. Un dato che sorprende solo chi continua a pensare che la radio sia un mezzo “in via di estinzione”. Prima di andare ad analizzare il report devo ringraziare Piero Rigolone per averlo condiviso sui suoi canali social e quindi mi ha ispirato nella stesura dell’articolo

La realtà dice il contrario. La radio resta centrale. Ma per consolidarsi deve lavorare su due pilastri:
contenuti di qualità e tecnologia ben integrata.

Il dato che conta: la radio domina

Ogni settimana nel Regno Unito il 98% della popolazione ascolta contenuti audio, per una media di 28 ore e 6 minuti, in aumento rispetto alle 25 ore del 2015.
In un mondo sempre più connesso e dominato dai video, l’audio non solo resiste, ma cresce.E dentro questo mondo, la radio live continua a essere il cuore pulsante:

  • 65% del tempo totale dedicato all’audio,
  • 87% di reach settimanale,
  • oltre 20 ore di ascolto medio a settimana per persona.

I podcast raggiungono il 25% della popolazione, la musica on-demand il 38%.
Numeri importanti, ma ancora lontani dall’impatto della radio.

Il vero motivo del successo: la forza del “live”

RAJAR lo dice chiaramente: la radio continua a funzionare perché è live.
È immediata, connessa con il presente, umana. Offre compagnia, informazione, contesto e spontaneità. Le persone la ascoltano per tenersi in contatto col mondo, per avere una voce di riferimento, per condividere un momento. È ciò che nessun algoritmo può replicare.Nel report, il “bisogno di compagnia” e il “desiderio di essere informati” sono tra i motivi più forti che spingono l’ascolto.
E la radio risponde a entrambi meglio di chiunque altro.

Il cambiamento tecnologico non è più una minaccia

Un altro dato importante: il Regno Unito ha ormai digitalizzato l’ascolto radiofonico.

  • DAB: 48% dell’ascolto.
  • FM/AM: solo 19%.
  • Smart speaker: 15%.

Quattro ascolti su cinque avvengono ormai su piattaforme digitali. Questo non ha ridotto la radio, ma l’ha resa più accessibile. Gli smart speaker, in particolare, sono stati una svolta: il 74% dell’audio riprodotto tramite questi dispositivi è radio. Un ascolto moderno, comodo, naturale. Non più legato a un apparecchio, ma diffuso in ogni ambiente della casa. È la dimostrazione che la tecnologia non distrugge la radio, la amplifica ma solo se la radio sa esserci.

La lezione per l’Italia: serve una visione integrata

Il mercato italiano è più giovane dal punto di vista digitale.
Ma i segnali sono simili: crescita del DAB+, aumento dell’ascolto online, forte penetrazione di smart speaker e piattaforme streaming. La differenza non è tecnologica, ma organizzativa e culturale.
Molte emittenti italiane hanno ancora un approccio “a compartimenti”: la radio da una parte, il web dall’altra, il podcast come esperimento. Questo modello oggi non regge più. La direzione è quella della radio multipiattaforma, dove un contenuto nasce una volta e si adatta a tutto:

  • diretta broadcast,
  • clip social,
  • podcast rieditato,
  • versione video o short per app e piattaforme.

Serve una struttura di lavoro che renda tutto questo possibile, senza dispersione.
Non bastano entusiasmo o improvvisazione: servono competenze, pianificazione, ruoli chiari e obiettivi precisi.

Contenuti forti, workflow solido

L’ascolto cresce, ma anche la concorrenza.
Podcast, musica on-demand, streaming, social video: tutto è audio, tutto è racconto.
In questo contesto la radio vince se cura il contenuto e la forma.

  • La scrittura: non solo testi parlati, ma pensiero editoriale.
  • La selezione musicale: identità e coerenza, non semplice rotazione.
  • Le voci: credibili, empatiche, capaci di ritmo e relazione.
  • La produzione: pulita, attuale, riconoscibile.

Ma accanto a tutto questo serve un workflow moderno. Un sistema di produzione che permetta di adattare rapidamente i contenuti alle nuove piattaforme. Significa pensare al “riuso” prima ancora di registrare. Un’intervista ben fatta oggi può vivere in radio, come podcast, in video e in clip social.

L’ascolto cresce anche perché cresce la qualità

RAJAR sottolinea che in dieci anni il tempo totale di ascolto è aumentato dell’11%. Un dato spesso ignorato: le persone ascoltano più audio di prima, non meno. Questo perché l’audio è diventato più accessibile, più integrato nella vita quotidiana. Chi lavora in radio dovrebbe leggerlo come un messaggio chiaro: non stiamo perdendo ascoltatori, stiamo perdendo attenzione.
E l’attenzione si riconquista solo con contenuti pensati bene, curati, aggiornati.

La radio e la pubblicità: il valore del contesto

Altro dato interessante: nel Regno Unito la radio commerciale vale oggi il 54% del totale ascolti radio.
E rappresenta l’81% del tempo pubblicitario disponibile su tutti i formati audio (inclusi podcast e streaming free). La spiegazione è semplice: la radio resta un ambiente credibile per il messaggio pubblicitario. La pubblicità radiofonica è percepita come parte del contesto, non come interruzione.
E con la crescita del digitale, diventa anche più misurabile e mirata. Per le radio italiane questo è un punto cruciale: chi saprà unire autorevolezza editoriale e strumenti digitali di profilazione potrà offrire alle aziende un valore che le piattaforme globali non riescono a garantire.

Cosa insegna “Audio Time 2025” agli editori

Il rapporto RAJAR non è solo un elenco di dati. È la prova che la radio sa evolversi quando lavora con metodo. Tre messaggi chiave per gli editori e i direttori italiani:

  1. La radio non è un mezzo vecchio.
    È un linguaggio che vive attraverso nuove tecnologie.
  2. La digitalizzazione non è un rischio.
    È la condizione per continuare a essere rilevanti.
  3. La qualità paga.
    La radio vince se è riconoscibile, utile e fatta bene, non se è semplicemente “presente ovunque”.

La radio è ancora oggi il mezzo con la più alta fiducia tra gli ascoltatori.
Lo confermano anche le ricerche europee: le persone credono alla radio più che a qualsiasi altro mezzo.
È un capitale simbolico enorme. Difenderlo e rinnovarlo è una responsabilità di tutti: editori, conduttori, programmatori e tecnici.


La radio non deve cambiare natura, ma struttura

Il Regno Unito ci mostra dove possiamo arrivare.
Non serve imitare, serve imparare l’approccio:
unire contenuti forti, competenze digitali e un’organizzazione capace di adattarsi ai tempi. La radio non deve diventare un’app o un feed. Deve restare radio — viva, umana, credibile — ma con strumenti e processi all’altezza del presente.

Se lo farà, non solo resisterà continuerà a guidare l’audio, come fa ancora oggi

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