Si dice che, più passa il tempo, più la comunicazione tra due persone in una relazione cambia, si modifica. Può essere un bene o un male, a seconda di svariati fattori. Questa dinamica sta accadendo alla relazione tra ascoltatori e radio di riferimento.
Pensateci: una volta gli ascoltatori bramavano per intervenire in diretta e far sentire la propria voce. Ma i mezzi erano molto pochi: nel passato più recente, c’erano le chiamate, gli sms e le mail per far sì che un ascoltatore prenotasse un proprio, piccolo, spazio nell’etere. Oggi, invece, la dinamica con cui l’ascoltatore può (o vuole) intervenire in radio è profondamente cambiato.
Com’è cambiato il rapporto tra ascoltatori e radio
L’intervento degli ascoltatori in diretta non è sparito del tutto, ma è drasticamente diminuito. E i fattori possono essere molteplici.
Per prima cosa, sono cambiate le abitudini di ascolto. Oggi la radio è un medium ascoltato in modalità “sottofondo”, usato principalmente per accompagnare momenti e routine di vita quotidiana. Uno spazio che attualmente ogni emittente deve contendersi con altri players, come podcast e musica in streaming. Una pluralità di contenuti che porta spesso le persone a orientarsi in base a gusti personali e molto di nicchia, con ascolti frammentati oppure orientati solamente verso una direzione, escludendo il resto.
Un altro aspetto socio-culturale impressionante che sta minando il rapporto tra ascoltatore e radio riguarda le persone: oggi hanno provano più timore di intervenire in diretta, in quanto si ha paura che una parola di troppa possa scatenare una shitstorm digitale di ampie proporzioni.
Il terzo dettaglio – che inficia soprattutto tra i più i giovani -, ed è concatenato al secondo punto, riguarda la possibilità di poter scrivere istantaneamente un messaggio alla radio. Grazie a strumenti di messaggistica diretta, infatti, oggi è molto più semplice poter mandare messaggi testuali o vocali da leggere o far ascoltare in diretta – e anche velocemente. Questo dà anche maggiore controllo all’ascoltatore su ciò che scrive o dice.
Il quarto punto invece risiede nella decisione di alcune linee di editoriali di dare meno spazio al parlato in diretta e più ai messaggi vocali: questo permette agli addetti ai lavori di avere maggiore controllo sulle parole dei propri ascoltatori e di porre un “filtro preventivo” nei confronti di potenziali dichiarazioni moleste.
Quinto, e ultimo, elemento riguarda la possibilità di leggere direttamente i commenti o i messaggi arrivati sui social media dell’azienda. Una dinamica che concede all’azienda radiofonica la tentazione di convertire ascoltatori in follower e viceversa – sebbene sia un’operazione alquanto difficoltosa.
Quindi è in atto un cambiamento culturale?
Formalmente possiamo dire di no, forse sarebbe meglio parlare di un cambiamento socio-culturale, dato però dalla prudenza, dalla paura e dal timore (lo vediamo anche sui social media, caratterizzati dall’engagement fantasma). Sembra che viviamo in tempi in cui esporsi, parlare di sé o avanzare una propria opinione sia un atto pericoloso. Ed è forse qui che la partita di una radio può giocarsi.
Il punto forse non è ricostruire un legame che oggi non sembra essere semplice da ricompattare, ma realizzare un nuovo tipo di partecipazione radiofonica. E forse, la risposta, risiede nella sua dimensione collettiva, nel far percepire ai propri ascoltatori che quegli interventi in diretta hanno ancora una valore, dove un ascoltatore si senta ascoltato, protetto e condiviso. Restituire quindi al proprio pubblico un motivo per tornare a parlare in radio!
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