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Abbiamo incontrato Mary Cacciola di Radio Capital

Da 18 anni ai microfoni di Radio Capital

Che ci sia un legame tra aspettativa e realtà è noto. Così come è noto che non sempre le aspettative riescono a trascinarsi nella difficile esistenza comune. Di questa difficile esistenza la radio è protagonista da molto tempo, un tempo che Mary Cacciola ammette di aver passato a casa, a Radio Capital. Diciotto anni di militanza in una delle radio italiane più importanti sono tanti, ma mai abbastanza per sentirsi arrivati. Prima di approdare alla radio capitolina, però, Mary ha dovuto fare i conti con il cambiamento: dalla ricerca di un “lavoro serio” si è fatta strada in Rai come regista; poi lo scioglimento di ogni nodo l’ha condotta al microfono.

Però qualcuno ti disse che non avresti potuto fare radio

“Mi ostinavo a fare un lavoro per il quale non ero tagliata”, queste erano le parole usate. In Rai facevo la regista e non mi davano spazio in conduzione. Forse ai tempi non avevano tutti i torti.

Dici anche che non hai scelto di fare radio ma è la radio ad aver scelto te

Avevo altre idee per il mio futuro, volevo fare un cosiddetto “lavoro serio”. Mi sono trasferita a Roma e iscritta alla facoltà di sociologia, poi ho iniziato a lavorare perché mio padre aveva dettato tempi precisi per il percorso universitario. Dovevo avere un mantenimento almeno parziale e ho cominciato a fare la radio. Un mio amico mi disse che in Rai cercavano qualcuno, mi sono presentata e ho imparato sul campo. Avevo il carattere giusto per fare la regista. Erano passati un paio d’anni e facevo già la radio locale, così ho abbandonato serenamente l’università, con una leggerezza assoluta. E non ho cambiato strada.

Ma un giovane che vive nella società attuale può permettersi di lasciare tutto e pensare solo alla radio?

Quando qualcuno mi dice che vuole fare radio dico di non farla, dico di studiare e trovare un lavoro serio. Poi se hai un talento e trovi persone che riescono a plasmarlo allora va bene. Quando ho cominciato con la radio si poteva fare palestra, ore e ore di allenamento. Ho potuto sperimentare tantissimo e probabilmente la Rai ha cambiato la mia vita. Se non avessi firmato il mio primo contratto a 21 anni avrei cambiato strada. Oggi è difficile, il mercato non è così ampio; il conduttore – esclusi vari casi – non viene pagato molto ed è soggetto a giudizio artistico. Significa che se arriva un direttore che ha voglia di cambiare la sua radio e decide che non gli piaci, vai a casa. E non è semplice trovare un’altra radio. Siamo pieni di conduttori bravi che stanno a spasso o hanno ripiegato su altri lavori. Purtroppo non ci nutriamo di sola passione, devi essere una persona concreta e portare a casa lo stipendio. La passione la puoi coltivare nelle radio piccole, da qualche parte devi sfogarla. Portare avanti un lavoro che ti consenta di vivere è un’altra cosa.

Senti, quanto conta l’empatia tra il regista e il conduttore radiofonico?

Finalmente qualcuno mi fa questa domanda! (ndr. ride)
Intanto una distinzione: la regia della Rai è una cosa e quella di un network è un’altra. In Rai la regia è l’anello di congiunzione tra il tecnico e il conduttore, il regista è il confezionatore del programma. Questo è un passaggio abbandonato nei network perché il tecnico fa da confezionatore e non è più un mezzo. Da un certo punto di vista è anche meglio, ma non tutti i tecnici sono registi. Ho appreso tantissimo in regia perché impari i tempi, impari ad avere un altro orecchio ed è fondamentale avercelo. Cosi come ho imparato a essere esigente col mio regista nella radio privata. Il ruolo del regista è fondamentale, è il primo ascoltatore, una sua reazione fa capire se la strada che hai preso è giusta o sbagliata. Se ride sei sulla strada giusta.

Perché questa differenza tra la regia Rai e quella di un network?

Perché c’è un passaggio in più. In Rai il regista non mette le mani su cd e cursori, c’è il tecnico che lo fa. È come se fosse la mente e non la pratica, come se fosse il direttore d’orchestra. Un regista che tenga le fila, visti i tanti programmi in onda in Rai, serve. Ogni ora e mezza o due di diretta ci si dà il cambio e il regista conosce tutta la narrazione del programma.

Eppure oggi il conduttore radiofonico fa regia autonoma

Tutti abbiamo cominciato così, te la cantavi e te la suonavi. Facevi anche radio giornali e attività di redazione. Avevi un’impostazione su tutto.

Ecco, a proposito di impostazione, è importante che chi si avvicina al mondo della radio sia preparato su tutto?

A me fanno ridere i ragazzi che vogliono fare i conduttori e basta. Tutti i lavori che stanno dietro le quinte sono fondamentali per capire com’è il mezzo radiofonico, come ottimizzarlo, per conoscere i gusti della gente. Imparare tutto quello che ha a che fare con la radio è importante per avere un buon prodotto finale. Se non sai come funziona, come fai a rendere al meglio?

Ma la radio deve intrattenere o informare?

Sono per l’infotainment. Per ascoltare la musica preferita hai tante possibilità e il mezzo non ha mai perso quella valida funzione che ha, ossia la scelta che viene fatta per bisogno di compagnia. A Radio Capital ce ne siamo resi conto. È pazzesco quando facciamo esterne e le persone ti vengono incontro ripetendo le cose che hai detto in radio, ti raccontano in quale periodo della vita gli fai compagnia. E tu non lo sapevi perché stavi da un’altra parte. Oggi invece con la tecnologia tutto è immediato. Ma quel tratto lì la radio non dovrebbe mai perderlo.

Come va a Radio Capital?

Sono lì da 18 anni insieme alla carta da parati! Lavoro con Andrea (ndr. Andrea Lucatello) a cui tengo moltissimo, ormai siamo “Il duo”. Poi c’è Maryland che mi dà tutta la liberta possibile, così come ce l’avrei avuta con la radio di trent’anni fa. Capital è casa mia.

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Post a cura di Daniele Campanari

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