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Radio Riflessioni Radio Studio 3 e l’inevitabile follia dei 18 anni.

Come mai non ti sei laureato?

E’ una domanda con la quale ciascuno di noi ha a che fare prima o poi e le risposte di solito parlano di ostacoli dovuti al lavoro o scelte che erano prioritarie; nel mio caso, come in molte cose che mi appartengono, la riposta è atipica.

La facoltà che avevo scelto era situata al centro della città, posto caotico e irraggiungibile, invaso da cemento e smog, la radio che invece mi aveva scelto era allocata in un pianterreno arredato in maniera deliziosa, con tutto intorno un giardino curatissimo e appartato.

Inoltre la strada che costeggiava gli studi era sempre piena di posti disponibili per posteggiare e, se proprio vogliamo dirla tutta, finiva anche in un promontorio con un panorama sulla città da restare senza fiato e a volte poteva essere piacevole ritrovarsi lì con qualche ascoltatrice a sentire una cassetta registrata appositamente per tali eventi e usarla come colonna sonora mentre si contavano le stelle.

Scelte di studio e passione

In effetti la scelta nel mio caso fu quasi obbligatoria e prescindeva dalla mia reale volontà, ero come soggiogato da forze superiori alla mia.
Tra l’altro le radio ai tempi erano tutte situate nelle zone alte delle città visto che l’antenna aveva bisogno di metri di vantaggio per irradiare al meglio il segnale e coprire più zone possibili.
Quindi i quartieri come Barriera del bosco o Canalicchio erano territorio ambito per gli editori catanesi dell’epoca, persone che erano un misto tra ascoltatori appassionati e giovani imprenditori che ipotizzavano un futuro possibile nel mondo quasi vergine delle comunicazioni.

Nel caso specifico si trattava di Tuccio Romeo e Mario Barbagallo, anche con il senno di poi delle persone amabili e cortesi, dall’intelligenza vivace che li fece indirizzare subito su uno dei migliori direttori artistici sul mercato, Ettore Tortrici, estremamente competente e vulcanico, dotato di una passione coinvolgente in grado di unire intorno a sè un gruppo di giovani talenti e qualche vecchio lupo disposto a mettersi in gioco di nuovo.

La nascita dell’emittente

Era il 1985, non capitava più tanto spesso che nascessero da zero realtà di una certa rilevanza come nel caso di Radio Studio 3, molti giochi a quell’epoca erano già fatti.
Ma la sensazione di contribuire alla costruzione, mattoncino per mattoncino, di un progetto nuovo tutto da definire fu un’esperienza quasi per tutti rimasta indelebile nella nostra memoria e purtroppo anche unica.

 

I mesi estivi trascorsi a preparare quello che sarebbe stato cementarono anche rapporti amicali in molti casi durati tutta una vita.
I più giovani eravamo quasi tutti della stessa età, quel periodo della vita in cui hai finito le scuole superiori e sei al bivio tra il dovere di diventare grande e la voglia insopprimibile di restare bambino.
In quel mondo magico fatto di mixer sospesi su mattoni forati e di un arredamento elegante e curato passavamo le nostre giornate trasmettendo, giocando, innamorandoci, in un momento in cui anche i sogni più ambiziosi sembravano essere possibili.

Il lancio del palinsesto

Inaugurammo il mese di Settembre con una giornata fatta di eventi, di collegamenti, di adesivi e gadgets sparsi in giro per la città, un piccolo capolavoro di perfezione che ci fece somigliare ad un piccolo network e ci regalò emozioni difficili da dimenticare.
Purtroppo non durammo tanto perché spesso nella vita talento e passione seppur importanti non bastano.


Una frequenza sfortunata quei 101.7, spesso e volentieri molto disturbati in un periodo in cui la legge Mammì era lontana anni luce, qualche scelta sbagliata, il destino avverso, l’invasione delle cavallette ,non saprei, tra l’altro anche inutile trovare spiegazioni oggi, è andata cosi.
Lego a questa emittente i miei ricordi più belli, la mia prima trasmissione durata tutta la notte, le poche cose che ho imparato, quella passione unica e sconvolgente che forse mai più cosi forte sarebbe riapparsa.

“Puoi avere trasmesso in centinaia di radio e avere avuto donne a migliaia, alla fine quelle che ti restano nel cuore si contano sulle dita di una mano”

Per questo quando la mattina mi alzavo presto o direttamente rientravo da bagordi e mi dirigevo volenteroso verso l’università, convinto che ci sarei andato, appena arrivavo al bivio per via Ferrarotto la freccia della mia Alfa 33 si accendeva da sola sulla destra e mi dirigeva come un pilota automatico in radio. E mi ritrovavo lì alle 8 del mattino pur avendo il programma alle 14, ma poche altre volte nella vita il tempo trascorreva così veloce e piacevole, immerso in mezzo ai dischi, alle parole che fluivano libere nell’etere confuso e appassionato di quegli irripetibili anni 80.

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Post a cura di Ubaldo Ferrini

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